Lavori in corso per un nuovo Pilastro a misura di vicino

In via D’Annunzio, nel cuore del quartiere Pilastro a Bologna, fervono i lavori. E’ iniziato il rifacimento delle facciate dei condomìni e dei marciapiedi. Ma non si tratta soltanto di un restauro “di facciata”, bensì di un vero e proprio progetto di recupero, oltre che degli edifici, anche della qualità dell’abitare.

Tra ruspe e scavi, che evidenziano il momento di trasformazione, domenica 14 giugno alle 18, al civico 19/a, inaugura lo Spazio di Vicinato, fortemente sostenuto dalla Cooperativa Camelot per creare un punto di incontro tra le persone. Gli abitanti e le associazioni del Pilastro hanno contribuito al recupero di questo luogo in disuso e ne hanno ricavato un posto allegro e colorato, dove sono già iniziati degli incontri e dove bambini, adolescenti e adulti entrano ed escono per chiedere cos’è e quando cominciano le attività. Il Pilastro è un quartiere difficile, ma anche molto vivace, il ruolo dei mediatori è quello di orientare verso azioni positive, l’energia del luogo e degli abitanti.

Il Pilastro è il quartiere dell’edilizia popolare, degli immigrati, prima italiani, poi kosovari, provenienti dal vicino campo nomadi sgomberato, poi marocchini, est-europei, cinesi e non solo.
E’ storicamente il quartiere simbolo della convivenza difficile e della marginalità. Ma è anche il quartiere del verde, delle attività sportive (c’è persino un campo da baseball), culturali e di quelle sociali. Ci sono tante persone, molto diverse, un capitale umano inestimabile con molte potenzialità ancora inespresse.

La Cooperativa Camelot, dallo scorso anno, sta gestendo, assieme alla cooperativa Opengroup e al gruppo teatrale Laminarie, il progetto Pilastro 2016 con il Comune di Bologna, in collaborazione con i servizi sociali ed educativi, Ancescao (centro sociale anziani), le scuole del territorio, Aias, CDH (associazione per disabili), La Fattoria (circolo Arci) e altri gruppi formali e informali già coinvolti o da coinvolgere.

L’obiettivo è affiancare alla riqualificazione urbanistica, quella sociale: dare nuova vita al Pilastro sotto l’aspetto estetico e dell’abitare.

“Stiamo facendo mediazione in ogni condominio per capire bisogni ed esigenze delle persone al fine di riscrivere il regolamento comunale degli alloggi Acer che sarà quello che verrà approvato e utilizzato come sperimentazione e potrebbe essere esteso a tutta la città – spiega Matteo Sacchi operatore di Camelot – stiamo provando ad organizzare dei focus group con i cittadini per riscrivere assieme il regolamento”.

I problemi principali sono il disagio, la solitudine e l’indigenza delle persone, che porta a morosità e trascuratezza degli spazi pubblici e privati.

“Lo scopo finale del progetto a cui Camelot sta lavorando – prosegue Matteo Sacchi – è quello di strutturare qui al Pilastro un’impresa sociale, formata dai residenti, che dia servizi al quartiere stesso. Abbiamo fatto un tavolo di agenzia di sviluppo che ha riunito amministrazione comunale, CAAB, Acer, Coop Adriatica, Emilbanca, Università Facoltà di Agraria, che è proprio qui vicino, centro commerciale Meraville ed Hera. Questi soggetti si stanno unendo in una fondazione al fine di aiutare la nascita dell’impresa, ma anche la ricerca del lavoro per i tanti disoccupati che vivono qui. Camelot raccoglie i curriculum degli abitanti che stanno cercando un impiego e li manda alle aziende, creando un database. Finora abbiamo schedato oltre 400 CV. Dieci candidati sono già stati assunti dalla cooperativa FareMondi che si è unita alla progettazione e ha coperto le scritte sui muri di Bologna con un sistema particolare per recuperare le facciate. Ora si sta facendo lo stesso al Pilastro.
L’impresa sociale che vorremmo creare, dovrebbe essere una cooperativa di tipo B, che dunque può assumere persone svantaggiate. Un’altra azione che sta portando avanti Camelot è quella di far nascere il badantato di comunità, un badantato leggero non sanitario, fatto da persone che possono aiutare gli anziani o chi ha bisogno. Camelot ha fatto una ricerca porta a porta su un centinaio di abitazioni dove sono state intervistate decine di persone. I dati emersi dicono che le necessità ricorrenti sono luoghi di ritrovo, negozi e bar. Molti anziane ricordano il Pilastro pieno di attività commerciali e mercati. Ora rimangono solo il complesso commerciale Meraville o il centro commerciale Pilastro. Con la fine dei lavori si vorrebbe riportare il mercato. Poi ci dovrebbe essere la manutenzione dei condomini Acer. Inoltre si sta provando ad attivare un percorso sui vivai. Il Comune ha già individuato dei terreni in disuso di sua proprietà da dare in uso alla costituenda cooperativa per la produzione di fiori e piante. All’interno della progettazione, si potrebbero anche rivendere ai vicini centri commerciali. L’impresa sociale dovrebbe nascere ad inizio 2016”.

Domenica sarà un giorno di festa per il quartiere. Alle 14,30, si comincia con la festa del baratto al Centro Sociale Pilastro di Via D. Campana 4. Poi alle 18 ci si trasferisce allo Spazio di Vicinato per l’inaugurazione con animazione per bambini, buffet e mostra fotografica.

“Si sta cercando un nome per questo spazio, attendiamo suggerimenti”, invita Sacchi.
“Il posto vuole dare un’identità riconosciuta a questa zona e sarà aperto dal lunedì al venerdì. Qui dentro, al di là dei servizi educativi e sociali che si sono resi disponibili per tenere aperto una volta a settimana, ci saranno anche cittadini del Pilastro che offriranno counseling. Un altro residente creerà un database per la banca del tempo. L’Associazione Aias che lavora con i disabili, farà fare loro dei percorsi per altri cittadini come corsi di italiano o informatica. L’Associazione Green-go si occuperà di recupero di spazi verdi, percorsi di falegnameria e restauro di libri. Qui dentro faremo anche una piccola biblioteca con libri donati dagli abitanti, che verranno restaurati e messi a disposizione. Chi vorrà un libro, ne dovrà portare un altro in cambio”.

Le premesse per una trasformazione ci sono tutte, come le ha accolte il quartiere?

“C’è grande cautela sulle possibilità di cambiamento e convivenza”, ammette Sacchi. Cani che fanno i bisogni sul pianerottolo, rifiuti abbandonati nell’atrio, topi. Non sarà facile, ma abbiamo visto che molti giovani dai 17 ai 25 anni si sono attivati e ci hanno aiutato a ridipingere lo spazio. Abbiamo fatto decine di incontri in orario serale per riuscire a coinvolgere le persone. Siamo ottimisti. Un’altra idea è quella di rimettere a posto vecchie biciclette e fare consegne a domicilio della spesa, ma anche dei libri.
Quello deve diventare il lavoro della futura cooperativa, dal volontariato vorremmo si passasse all’impresa sociale. La gente qui non sempre è abituata a stare assieme per cose costruttive, però ne ha voglia.
Hanno già iniziato a fare proposte: per esempio ristruttureremo anche libri scolastici, perché molti non hanno i soldi per questo”.

I lavori intanto vanno avanti, mentre prima ancora dell’apertura ufficiale, lo spazio di vicinato ha già iniziato ad essere frequentato. La trasformazione è già iniziata.

La storia del Pilastro tratta dal sito del Comune di Bologna.

[…] Anche il decennio successivo (1961-71) portò grandi cambiamenti, anche se non di una portata paragonabile a quelli del precedente: infatti il tasso di crescita della popolazione fu più modesto e si avvicinò a quello degli altri quartieri periferici di Bologna.
In quegli anni si realizzò il primo insediamento del Fiera District, su una superficie di 357.000 mq, vennero eseguiti importanti interventi infrastrutturali come lo scalo ferroviario e la tangenziale, si infittì la residenza nella zona di San Donnino (numerosi alloggi Iacp vennero inaugurati nel 1963-1965) e nacque il Villaggio del Pilastro (1966-1970).
Gli anni ’70 videro l’esaurirsi degli insediamenti residenziali nell’area a sud della Via San Donato, ma il loro proseguimento in altre zone: la zona intorno al Fiera District, dove si ebbero insediamenti residenziali e di servizi, e il completamento della zona Pilastro, con consistenti insediamenti residenziali, l’approntamento di vaste aree a verde sportivo ed a parco, la nascita del centro commerciale ecc.. L’analisi del tessuto urbano, al fine della ricostruzione storica della zona fuori porta San Donato, ha messo in luce l’espansione disomogenea delle altre zone del quartiere, oltre al nucleo centrale, quali il Pilastro, San Donnino, Calamosco, San Sisto, e l’area Fieristica.
E’ evidente che nel quartiere San Donato prevalgono largamente – per peso insediativo e per numero di addetti alle attività economiche- le funzioni di rilievo urbano e metropolitano (pensiamo al quartiere fieristico, alla sede della regione Emilia Romagna, alla Rai, al Caab) rispetto a quelle locali. Cercando di ricostruire la storia di San Donato si è riscontrato che le due grandi zone, il nucleo centrale e la zona Pilastro, che compongono il quartiere sono percepite in modo nettamente distinto e come, alla base di questa percezione, ci sia la loro separazione geografica. La progettazione del Pilastro all’interno del quartiere San Donato ebbe inizio nel 1962 quando lo Iacp propose la costruzione di una nuova zona di edilizia popolare per rispondere alla necessità di offrire un alloggio alle ondate di immigrati arrivati a Bologna in seguito al suo sviluppo industriale.
Il nome Pilastro deriva dalla presenza di un piccolo pilastro, segno del passaggio di un’antica strada romana, su cui era collocata una madonnina, che venne abbattuto quando fu deciso di allargare la strada.
Il Pilastro venne inaugurato il 9 luglio del 1966 ed era costituito da 411 alloggi, una prima parte rispetto all’intero progetto che ne prevedeva il quintuplo. Nelle intenzioni dei progettisti doveva ricreare un “borgo medioevale”. Affondato tra il verde, il villaggio, che si integra piacevolmente con la campagna circostante, garantisce con i suoi spazi aperti e le sue prospettive luminose un ambiente sereno e confortevole per i suoi abitanti”. I primi 2500 abitanti arrivarono con i carri e i birocci; erano soprattutto meridionali già a Bologna, al Pratello e alla Barca e trovarono un ambiente poco confortevole: mancavano acqua, riscaldamento, garage, strade asfaltate, autobus, strutture sanitarie, scolastiche. Una cinquantina di persone si coinvolsero, nacque un comitato inquilini che dopo anni di impegno riuscì ad ottenere i servizi essenziali.
Inoltre non mancarono difficoltà di integrazione fra gli abitanti: tra la fine degli anni ’60 e i primissimi anni ’70 giunsero al Pilastro non solo meridionali ma anche veneti, ferraresi, profughi dalla Libia, oltre ai bolognesi… e si ritrovarono così vicini di casa o compagni di classe adulti e bambini con differenti abitudini e modalità di vita. In effetti la concezione del Pilastro come “quartiere meridionale” va in parte rivista.
Da un’indagine condotta nel marzo 1970 emerge che il 56% degli abitanti provenivano dal Nord, il 38% dal Sud, il 5% dal centro, l’1% da altri paesi. Probabilmente la percezione che vi fosse una prevalenza di famiglie del sud derivava dalla loro concentrazione superiore rispetto alle altre zone della città. Al di là della provenienza geografica si trattava di famiglie in prevalenza operaie e molto numerose rispetto alla media cittadina: d’altra parte queste erano le condizioni richieste per vedersi assegnato un appartamento dello Iacp. “Il primo nucleo del Pilastro costituì un vero e proprio ghetto, l’amministrazione comunale decise di rimediare progettando il “Virgolone”, un edificio curvilineo di sette piani che si snoda all’incirca per 700 metri su Via Salgari, costituito da 552 appartamenti in parte di proprietà dello IACP e in parte delle cooperative. L’idea del Virgolone nacque dal bisogno di creare integrazione sociale, dall’intenzione di favorire l’arrivo di persone con redditi più alti assegnando parte degli appartamenti a riscatto e così di agevolare quella mescolanza sociale che all’inizio era mancata creando il ghetto. È importante da sottolineare due importanti aspetti a favore del Pilastro: la consistente dotazione di servizi, impianti sportivi ed aree verdi (una sovradotazione che costituisce una polarità in grado di richiamare utenti da fuori città) ed il già avviato intervento di riqualificazione delle aree centrali della zona (piazza Lipparini). Inoltre l’arrivo del complesso di attività del Centro Agroalimentare e del parco Commerciale Città Scambi e l’insediamento dell’Università in questo centro comporteranno una nuova domanda abitativa.
Il PRG del 1985 ha apportato notevoli modifiche nell’assetto del territorio del quartiere con la creazione del CAAB e il DUC-FIERA. Il CAAB (Centre Agro Alimentare Bologna), ha origine dallo spostamento del mercato ortofrutticolo da Via Fioravanti nella zona a Nord del quartiere.

Il CAAB e la Città Scambi (centro di servizi) si estende su un’area di circa 517000 mq., nella quale il piano urbanistico consente la realizzazione di 190000 mq. da destinare ad insediamenti produttivi, commerciali e di servizio. Negli anni 1998-99 il Centro Direzionale previsto è stato trasformato nella Facoltà di Agraria. Il DUC-FIERA (Documento Urbanistico Concertato) comprende la zona di Via della Liberazione (Quartiere Navile), il quartiere fieristico e tutta la zona di V.le della Repubblica. È ancora in fase di realizzazione, si prevede un incremento degli insediamenti abitativi per circa 1000 famiglie. Questo intervento urbanistico completa lo sviluppo del quartiere San Donato deciso nel PRG del 1985.
Possiamo quindi affermare che l’attuale fisionomia del quartiere è caratterizzata dalla “concentrazione” del tessuto prevalentemente residenziale e di servizi nella fascia sud attestato sulle infrastrutture ferroviarie (linee e scalo) e delle grandi funzioni specialistiche ad ovest e ad est. La maggior parte del territorio del quartiere ha conservato la destinazione agricola impostata su una struttura storicamente consolidata.

(FONTE: http://www.comune.bologna.it/quartieresandonato/servizi/149:12480/13481/)