L’arte riporta a casa i rifugiati in sogno

Quando tornare in patria è impossibile, non resta che sognarlo. La scorsa settimana, Yvette Miafo Teguela, camerunense, e Ziai Hamidullah, afghano, due rifugiati che vivono a Ferrara, assieme a Guendalina Mantovani, operatrice di Camelot, hanno partecipato al laboratorio Nationless Pavillion del progetto Nation 25, ai Magazzini del Sale di Venezia, in contemporanea con la Biennale Arte.

L’invito a partecipare è arrivato grazie alla mostra fotografica (ri)SCATTI, frutto del laboratorio tenutosi fra maggio e giugno a Ferrara con richiedenti asilo e rifugiati che hanno ritratto la città dal loro punto di vista. Un lavoro portato avanti dalla nostra cooperativa, assieme ai fotografi volontari Sandro Chiozzi e Matilde Morselli, che ha trasformato i migranti da passivi osservati a osservatori attivi.

Il progetto Nation 25 – Nationless Pavillion gioca con i numeri: 59,5 milioni di rifugiati a livello mondiale (dati UNHCR) costituiscono a tutti gli effetti la popolazione di una nazione, la venticinquesima per demografia.
L’idea è quella di andare oltre i numeri e incontro agli individui dando voce, immagine, suono e identità a questa ideale nazione fluida, e inventare un padiglione, come quelli della Biennale dedicati alle nazioni, per chi una nazione non ce l’ha più.

Il progetto, che ha visto coinvolti una trentina di rifugiati e operatori, è stato ospitato nei Sa.L.E. Docks di Venezia, uno spazio indipendente per l’arte contemporanea, nato dalla volontà di un collettivo cittadino che promuove un modello di produzione culturale cooperativo, che vede nelle pratiche artistiche uno strumento di analisi e intervento nel contesto cittadino e non solo.

“Il laboratorio a cui abbiamo preso parte – spiega Guendalina – dal titolo “Nomadismo dell’immaginazione, nomadismo della paura” era incentrato sul vagare con la mente (immaginazione) e con il corpo (migrazione). E’ stato tenuto da Emilio Fantin – artista italiano che nelle sue opere mette più relazione che pennelli – in collaborazione con AtWork/lettera27format”.

“Il primo giorno un’immaginaria nazione confinante con Siria, Afghanistan, Russia, Palestina, Nigeria, Camerun, Colombia, Perù e Italia è stata impegnata nelle presentazioni e nel racconto del contributo di ciascuno al progetto. La Tempesta di Shakespeare e Una tempesta di Aimé Césaire, sculture che raccontano un viaggio, Chatwin e le sue Vie dei Canti, la pioggia vista dal finestrino di una macchina e una camminata simbolica sugli scogli di Lampedusa: abbiamo sbrigliato la creatività, insomma, e cercato di sconfessare il sistema cartesiano”.

“Il secondo giorno è iniziato dal racconto dei nostri sogni che, mediante la tecnica dell’espansione, da onirici sono diventati narrativi, condivisi, discussi. Non interpretati, ci mancherebbe, ma tenuti in conto come nell’antichità, quando erano importanti quanto gli oracoli. Condividere ci rende al tempo stesso soggetto e oggetto di indagine e annulla la distanza cartesiana necessaria a contare e misurare, cedendo il passo alle libere associazioni, da noi riassunte in alcune parole chiave.
Al termine della giornata, divisi in piccoli gruppi, abbiamo cercato di fondere queste parole in un’immagine guida più complessa della sola visione e che avesse potere evocativo”.

“Il mio sogno – racconta Yvette – è un sogno che ho fatto davvero, poco dopo essere arrivata in Italia come rifugiata. Ho sognato che mi madre era morta. Ero nella sala della mia casa in Camerun, davanti alla bara aperta, con tutti i parenti attorno, come si usa da noi. E piangevo. Poi mia madre ha aperto gli occhi, mi ha guardata e mi ha fatto segno di stare in silenzio. Mi sono svegliata di soprassalto, ero terrorizzata, avrei voluto tornare subito nel mio paese, dalla mia famiglia, ero in pena per loro, per mia madre. Ma non potevo tornare indietro. Questa è la condizione di chi viene come rifugiato. Così la parola che ha riportato come contributo al laboratorio al termine della giornata è stata, silenzio”.

“Il terzo giorno – prosegue Guendalina – abbiamo cercato di lasciar sedimentare queste immagini prima nel ballo e poi nel silenzio e nella meditazione. Ci siamo cercati nell’altro e abbiamo guardato alla vita come viaggio e quindi moltiplicazione dei punti di vista. Sofferenza sì, ma anche conoscenza. Come recita un proverbio persiano, le dita di una mano non sono tutte uguali e noi – tra un disegno, una lista e una battuta – abbiamo tirato le fila della nostra esperienza, dicendoci che il cammino umano è riflesso nella mano dell’anima. Un’immagine difficile, forse, a cui dedicarsi con intenzione, attenzione e dedizione”.

Un’esperienza straordinariamente intensa per la delegazione ferrarese, che ha raccontato, mostrato, discusso, cantato, ballato, disegnato, fotografato, camminato parecchio, meditato, osservato…

“Sopra ogni cosa – dice Guendalina – è emersa la volontà di diventare massa critica e voce da parte di chi è costretto ad andarsene e non vorrebbe, perché, come recita il manifesto del progetto, riconoscere, ascoltare e rendere visibile una moltitudine è fondamentale per far tornare gli individui singole molteplicità”.

“Questo laboratorio ci ha lasciato la forza che dà il sapere che non sei solo, altri stanno percorrendo il tuo stesso cammino, l’idea che l’anima abbia mani, la voglia di rivedere quelli che ormai senti amici e un pizzico di nostalgia per Mama Africa, perché: mannaggia le scarpe chiuse, proprio insopportabili!”.

Il laboratorio si è concluso con una mostra dei risultati prodotti e una festa finale, e potrebbe avere un seguito.

“Di sicuro lo sta avendo nella rete che si è creata tra noi e nella volontà di espanderla sempre più: il futuro lo costruiremo”. Afferma fiduciosa Guendalina.