La voce ai rifugiati: l’incontro di Pluralismo e Dissenso

Un incontro sui rifugiati, dove a prendere la parola sono finalmente loro.
Il primo appuntamento del think tank Pluralismo e Dissenso, in collaborazione con la Cooperativa Camelot, che si è svolto nella Sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara lo scorso 27 ottobre.

“Se io lancio invettive contro i migranti, tutti i media ne parleranno. Se invece faccio accoglienza, non fa rumore, perché la generosità non è urlata, per questo oggi abbiamo pensato di dar voce a chi fa accoglienza, ma soprattutto a chi la riceve, perché questi soggetti, pur essendo al centro del dibattito mondiale, ne sono quai sempre esclusi”.

Con queste parole Mario Zamorani, organizzatore del think tank Pluralismo e Dissenso, ha aperto il primo dei tre incontri sul tema delle migrazioni, ospitati alla Sala Dell’Arengo del Municipio di Ferrara.

L’incontro, che si è svolto il 27 ottobre, aveva per titolo “Racconti dell’Inferno: storie di rifugiati e richiedenti asilo”.
Camelot, che, come ha sottolineato Federico Tsucalas, responsabile dell’accoglienza per la cooperativa, si occupa di servizi per l’immigrazione dal 2001, ha contribuito all’organizzazione assieme al gruppo consiliare del PD.

“Nel concepire questo incontro – ha spiegato Tsucalas – mi sono posto il problema di come affrontare l’argomento senza essere scontati, perché la comprensione non sfoci nella compassione. Mi sono chiesto come dare spazio alla voce dei rifugiati, e far passare anche il messaggio della poca differenza tra le nostre vite e le loro”.

La risposta è stata invitare al tavolo dei relatori: Aboubacar Traore, Alagie Fadera, e Waseem Hedayat, tre persone persone arrivate a Ferrara come richiedenti asilo che, ottenuto lo status di rifugiato, hanno poi scelto di rimanere a viverci.

La storia di Aboubakar

“Sono nato in Costa d’Avorio, e sono arrivato in Italia nel 2008.
Nel mio paese ero allenatore di calcio ad alti livelli, ma l’ho dovuto lasciare perché ero anche responsabile della sezione giovanile di un partito inviso al governo, che ha iniziato a perseguitarmi, uccidendo miei compagni e membri della mia famiglia.
Sedici anni fa ero seduto in una platea al posto vostro, nel mio paese, ad ascoltare le storie dei ragazzi della Liberia o della Sierra Leone che fuggivano dai loro paesi, perché questa era l’attività che svolgevamo. Ero come voi ora.
Nel mio paese stavo benissimo, poi sono dovuto fuggire in Ghana, da lì in Mali, poi il mio partito mi ha fatto scappare durante la Coppa d’Africa tra il Ghana e l’Egitto, mi sono travestito da tifoso e sono riuscito ad arrivare in Tunisia, ma facevo fatica ad inserirmi, anche a causa del colore della mia pelle. Allora mi è stata offerta un’altra via di fuga, che passava dall’Italia per tornare in Africa, ma io non volevo tornare indietro, così, all’aeroporto di Roma, mi sono consegnato alla polizia, chiedendo aiuto, e da lì è iniziata la nuova vita che mi ha portato a Ferrara.
La Cooperativa Camelot, che mi ha seguito dal mio arrivo, passando per la richiesta dei documenti, lo status di rifugiato, fino al reinserimento nella società e nel mondo del lavoro. Sono diventato allenatore della squadra di amatori del San Luca, poi direttore tecnico della società- Ora faccio parte dell’Associazione italiana allenatori di calcio, ho anche fatto l’esame per la Uefa B a Coverciano.
Tre anni fa, mi hanno chiamato ad Amburgo, per allenare la squadra, ma alla fine non ho accettato. Qui a Ferrara non posso fare cento metri che un nonno o un ragazzino non mi fermino per un abbraccio. Io sono felice qui, e ci voglio restare.
Oggi il numero dei ragazzini che alleno, è raddoppiato e abbiamo tre squadre iscritte al campionato. Questo mi rende orgoglioso, poi però c’è anche l’altra parte della mia vita. C’è mio figlio che a settembre ha compiuto nove anni e che non ho mai visto. Nel 2010 ho perso mia mamma e non sono mai potuto andare sulla sua tomba.
Non è facile rinunciare al legame col proprio paese, al richiamo della terra dove sei nato, al calore dei tuoi affetti, sapere che forse non li rivedrai mai più.
Adesso vedo i rifugiati che arrivano qui, come me, e penso che la cosa più importante sia dare loro la possibilità di esprimere il loro valore, solo così da problema possono diventare una ricchezza per questa città”.

La storia di Alagie

“Vengo dal Gambia, ho 21 anni, ho studiato inglese, e ho lavorato con mio padre in un’agenzia. Mio padre aveva il progetto di realizzare una scuola, per questo ha avuto dei problemi con il governo, lo hanno portato in tribunale quattro volte, poi lo hanno arrestato.
Poi sono venuti a prendere anche me, per interrogarmi, e ho capito che, se non scappavo, per me sarebbe finita male. Nel mio paese non c’è la democrazia, mi rendo conto che può essere difficile per voi capire la difficoltà che viviamo.
La prima tappa della mia fuga è stata la Libia, dove avevo trovato lavoro come installatore di impianti di aria condizionata. Ci sarei rimasto, il mio obiettivo non era venire in Italia, poi però a causa della guerra, anche lì la vita è diventata troppo pericolosa, e sono salito, come tanti, su un barcone, arrivando a Reggio Calabria, da lì mi hanno mandato a Ferrara, dove sono stato accolto presso la Città del Ragazzo.
Ora qui mi sento al sicuro, ma non è facile vivere senza la mia famiglia, sono qui da solo, nel momento in cui sono arrivato, ho subito iniziato cercare di capire come tornare. Ma se torno, muoio. Sono grato alle persone che mi hanno aiutato e oggi sono contento di potere essere a mia volta di aiuto per gli altri che arrivano, infatti sono diventato educatore, per i nuovi ragazzi richiedenti asilo, ho un contratto di sei mesi, poi si vedrà.
Sono molto contento di poter essere qui a parlare con voi, grazie di avermi ascoltato, anche se mi mette molto in imbarazzo, parlare in pubblico”.

La storia di Waseem

“Sono pakistano, e vivo a Ferrara da 7 anni. Sono di religione cattolica, mentre il mio paese è a prevalenza musulmana. Nel mio paese mi sono laureato in fisioterapia, lavoravo in ospedale con grande soddisfazione, stavo molto bene, finché un giorno, il 13 febbraio 2008, sono andato in ambulatorio e ho trovato sulla scrivania una scritta in arabo, lingua che non so né leggere né scrivere. Ho chiesto a dei colleghi di tradurmela, loro l’hanno presa e l’hanno portata ai miei superiori. Poi sono tornati e hanno detto che c’erano ingiurie contro il profeta, che, per la legge 295c contro la blasfemia, sono punibili con la morte. Qualcuno aveva voltuo mettermi nei guai. Ho capito di essere in pericolo ed ho cercato rifugio in una chiesa, ma così mettevo i pericolo anche loro, allora con l’aiuto della comunità cattolica, ho cercato rifugio in Italia.
Quando sono arrivato qui, ho dovuto ricominciare da zero. Non so se sappiate cosa vuol dire. Non sapevo dove andare, non avevo documenti, non conoscevo nessuno e non avevo soldi, quasi non sapevo più nemmeno chi ero. Mentre fino a poco prima avevo tutto.
Riuscivo a dire solo ciao, perché l’avevo imparato nei film.
Dopo varie peripezie, sono arrivato a Ferrara, dove sono stato accolto dalla Cooperativa Camelot. Ero impaziente, avevo fretta di tornare ad avere quello che avevo prima, e loro ogni volta che chiedevo qualcosa, mi dicevano, “Sii paziente, aspetta, piano piano…”.
E io dentro di me mi dicevo: ma non è colpa mia se non qui! Sono stato male, però ho deciso di reagire, ricominciando da quello che sapevo fare, dal mio lavoro. Il mio titolo non era riconosciuto qui, così ho iniziato a fare dei corsi come massaggiatore sportivo. Poi ho iniziato a lavorare per il Cus, ero di nuovo contento, ma ancora mi mancava il mio lavoro, così mi sono iscritto alla laurea in massofisioterapia.
Quello che ho imparato da questa esperienza, è che se tu sei positivo, trovi persone positive. Quando andavo a studiare a Bologna, mi dicevano che i ferraresi sono chiusi e io dicevo, non è vero, io ho trovato una famiglia, degli amici.
Ora faccio anche il massaggiatore a domicilio, ed è un grande passo avanti, perché i ferraresi che tutti dicono essere chiusi, invece accettano uno straniero in casa.
All’inzio avevo paura di essere ancora perseguitato, ma ognuno deve uscire dalla sua paura, e adesso posso vivere in libertà.
Ora sto ritornando ad avere quello che avevo prima, come mi dicevano a Camelot…piano piano”

Il prossimo incontro di Pluralismo e Dissenso sul tema delle migrazioni sarà il 10 novembre alle 17 presso la Sala dell’Arengo. Il titolo è “Non solo solidarietà: il migrante conviene”, intervengono Chiara Sapigni, Assessora alla Sanità, Servizi alla Persona, Politiche Familiari, Andrea Stuppini, lavoce.info e Girolamo de Michele, Euronomade. Presenta Mario Zamorani.

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