Il modello dell’accoglienza diffusa

Accoglienza diffusa significa ospitare richiedenti asilo e rifugiati in piccoli gruppi di massimo cinque o sei persone distribuiti in tante case sul territorio, piuttosto che in grossi centri con tante persone.
Non sempre questo è possibile, ma è certamente preferibile ed è quello che si cerca di fare soprattutto per quanto riguarda il progetto Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati costituito dalla rete degli enti locali.

“Riteniamo che in questo modo l’integrazione funzioni meglio – afferma Jacopo Sarti, Coordinatore progetti di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati della cooperativa sociale Camelot – è più semplice conoscere i vicini e la realtà locale, e l’impatto è per tutti meno brusco”.

Per l’accoglienza diffusa si prediligono case o appartamenti che possono essere edifici dati in concessione da comuni, enti o associazioni, oppure stabili affittati. In questo secondo caso si ricorre alla normale mediazione delle agenzie. Un problema che più volte si presenta è che i proprietari, quando sanno che si tratta di migranti, si rifiutano di firmare il contratto.

Non accade sempre. Ci sono infatti varie persone che a Ferrara e provincia non hanno avuto problemi ad affittare le loro case a richiedenti asilo e rifugiati.

“Non ho avuto dubbi né pregiudizi – afferma il proprietario ferrarese di una delle case di accoglienza appena fuori le mura – per me la differenza tra inquilini non è tra bianchi o neri, ma se pagano o non pagano. Se viene danneggiato l’appartamento, non esiterò a procedere per vie legali, ma fin qui la scelta di stipulare un contratto con Camelot per ospitare gli immigrati si è rivelata più che felice. I versamenti sono sempre stati fatti, l’appartamento non ha subito danni e la convivenza con i vicini è tranquilla, nessuno si è mai lamentato”.

Ma chi vive dentro queste case?
In quella del proprietario con cui abbiamo parlato, vivono in cinque. Tra loro c’è Isaac, un ragazzo nigeriano di 25 anni.

“A 20 anni, dal mio paese sono emigrato in Libia per cercare lavoro. Lì ho fatto tante cose: l’operaio, lo spazzino, il muratore. Poi è scoppiata la guerra e la violenza era tale che non potevo rimanere. Non potevo tornare indietro, perché nel mio paese c’è un problema di mancanza di diritti e negazione della libertà, così ho deciso di partire per l’Italia”.

Poi Isaac è arrivato a Ferrara dove si è messo a studiare, l’italiano prima e il corso da OSS poi. Ora sta facendo il tirocinio, è apprezzato dai colleghi e benvoluto dalle persone che assiste.
“Fare un lavoro in cui si aiutano le persone più fragili, è come restituire la mia gratitudine a questa comunità che mi ha accolto e mi ha permesso di fare una vita migliore”.

Alla casa in cui vive è molto affezionato, è lì che ha potuto studiare e costruire il suo futuro.
“Ma – confessa – sarò contento, non appena avrò un lavoro, di mantenermi e andare a vivere da solo”.