Emilia – Romagna: Modello di Accoglienza – video

“Il modello di accoglienza che stiamo sperimentando in Emilia – Romagna dovrebbe diventare un esempio a livello nazionale” a dirlo è Bianca Lubreto, vice capo gabinetto della Prefettura di Bologna e membro della commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, intervenuta all’incontro “Il diritto d’asilo dal globale al locale: l’esperienza della provincia di Ferrara”, organizzato il 18 giugno a Ferrara da Comune assieme a Cooperativa Camelot, Associazione Viale K e Città del Ragazzo, realtà del terzo settore che si occupano di migranti. L’occasione è la Giornata Mondiale del Rifugiato, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2000, che si celebra il 20 giugno.

Il riferimento di Lubreto non è solo alla trasformazione, simbolica ma quanto mai funzionale, dell’ex centro di espulsione di Via Mattei in hub di accoglienza, ma anche del sistema di organizzazione regionale, che coordinato da Bologna, coinvolge tutte le province.
“Il nostro è un percorso di governance dal basso, partito quando ci trovavamo tutti di notte all’aeroporto Marconi a ricevere numerosi gruppi di migranti. C’eravamo noi, le coop e le associazioni, i medici e le istituzioni. La condivisione di questa esperienza ci ha consentito di mettere a fuoco i bisogni reali. Di fronte ad una situazione per noi nuova, dovevamo inventarci qualcosa, in particolare un luogo dove concentrare la fase del primo arrivo e attivare i meccanismi necessari a dare un’identità e un nome a queste persone, che arrivavano dal mare senza liste e scomparivano in una categoria generale: annullando l’identità si annulla anche il tratto umano che li contraddistingue. Avevamo bisogno di un posto dove far scattare dei dispositivi sanitari, perché molti non avevano ricevuto cure mediche e avevano ustioni gravi per la fuoriuscita di benzina. Attorno a questa esperienza pratica, concreta e faticosa, è nata l’idea di creare un luogo in regione dove concentrare i primi arrivi. La nostra idea fin da subito era quella di utilizzare il centro di identificazione ed espulsione di Bologna e la previsione, a luglio scorso, dell’arrivo di 250 persone, ha convinto anche il Ministero a sdoganare la trasformazione dell’ex Cie in un hub”.

All’interno dell’hub viene data la prima assistenza, espletato il foto segnalamento dalla polizia scientifica con l’inserimento delle persone in Eurodac, il censimento dei richiedenti asilo, ed effettuato lo screening medico con medici interni alla struttura. Non ci si avvale di medici privati che costituirebbero un ulteriore costo. La media di permanenza nell’hub è di tre settimane, anche se a volte turnover è più serrato.

“Quando termina il percorso nell’hub – spiega Lubreto – le persone vengono trasferite nei centri di accoglienza attivi nelle diverse province. Nel trasferimento cerchiamo di non trascurare l’elemento dell’individualità. Quando ci rapportiamo a numeri molto consistenti, la tentazione è quella di maneggiare la quantità e perdere di vista le specificità. Invece noi teniamo conto dei rapporti di amicizia e parentela. Inoltre dopo un anno conosciamo le specificità dei centri aperti nelle diverse province e cerchiamo di matchare le persone ai progetti. La persona giusta nel progetto giusto è una risorsa. Il contrario è un problema”.

Dall’inizio di Mare Nostrum nel febbraio 2014, sono transitate sul territorio 6844 persone, 5244 dall’apertura dell’hub. Questo rende in maniera concreta la capacità di risposta del modello emiliano romagnolo all’attuale situazione.

“Noi dovremmo pensare che tutte le città sono porto di arrivo. E’ solo così che si può pensare di aprire dei percorsi reali di integrazione per chi sceglie l’Italia come destinazione definitiva. Noi siamo portati a pensare ai migranti come soggetti passivi, più o meno destinatari di atti caritatevoli o erogazioni. Così perdiamo di vista la consapevolezza che invece portano capacità, saperi e competenze di cui abbiamo bisogno. Il nostro modello di accoglienza, fin dal primo arrivo, vuole promuovere fortemente l’autonomia di queste persone, ognuno dev’essere protagonista consapevole del percorso che lo porta a formulare una richiesta di protezione internazionale e successivamente a costruire il suo percorso di vita qui da noi”.

“Un’accoglienza diffusa permette una maggiore integrazione – ha confermato Jacopo Sarti, Coordinatore progetti di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati della cooperativa sociale Camelot – inoltre redistribuire in regione le persone in piccoli gruppi di massimo 10 o 12 persone, permette di non impattare sulle comunità e agevolare l’integrazione”. Dello stesso avviso è anche Chiara Sapigni, Assessore Sanità, Servizi alla Persona, Politiche Familiari Comune di Ferrara. “Il coordinamento con Bologna e la gestione nella nostra provincia stanno funzionando molto bene. Lo dimostrano alcuni esempi. Oggi ad Expo, il nostro comune di Vigarano Mainarda, riceverà un premio per la capacità di integrazione dei richiedenti asilo che sta ospitando nel volontariato del proprio paese. Con tre associazioni di volontariato ha coinvolto gli ospiti in attività che sono per il bene di tutti. A Masi Torello i richiedenti asilo sono stati coinvolti nella verniciatura delle scuole e nella cura del verde. A Cento (dove questa sera alle 21,30 ci sarà un concerto etnico nel piazzale della Rocca) sono impegnati nel Pedibus, un servizio di accompagnamento dei bambini da casa a scuola. Appropriamoci di questa realtà come cittadini e non cediamo alla strumentalizzazione della contrapposizione”.

“Cento e Vigarano Mainarda sono comuni molto colpiti dal terremoto eppure non hanno negato l’accoglienza”. Ha sottolineato Don Domenico Bedin dell’associazione Viale K, rispondendo implicitamente a Fabio Bergamini sindaco leghista di Bondeno, che ha affermato di non volere “profughi nel suo territorio fino a quando non sono sistemati tutti i cittadini terremotati”.

“E’ fondamentale che si pensi seriamente anche al post accoglienza – ha aggiunto Beppe Sarti, dell’Istituto Don Calabria Città del Ragazzo – ovvero a fornire ai rifugiati una formazione per affrontare la vita che li aspetta fuori dai nostri centri di accoglienza, sapendo che la loro permanenza qui è limitata nel tempo. È importante non solo aiutarli nell’immediato, ma consentire loro di iniziare una nuova vita”.
Lo ha vissuto sulla sua pelle Jean Bosco Ngulwe Mutambala, rifugiato congolese che 10 anni fa è stato accolto a Ferrara dall’associazione Viale K. “Poi ho fatto il mio percorso come richiedente asilo, ho ottenuto i documenti come rifugiato politico, ed ora sono responsabile della struttura di accoglienza Villa Albertina. Ci vuole coraggio. Per fortuna c’è gente che può aiutare gli altri a crescere, ma anche noi possiamo dare alla città, bisogna rispettare la gente che c’è qui. Da quando lavoro, sono molto contento, ho fatto arrivare la mia famiglia, moglie e bambini. Per me è stato un successo, il successo di un rifugiato che arriva ad essere integrato. Protezione vuol dire anche integrazione nel posto dove uno arriva”.